di Federica Campanelli

Furono circa sessanta i senatori che in quel giorno di marzo del 44 a.C. brandirono i loro pugnali contro il dictator perpetuus Giulio Cesare, inondando di sangue la Curia di Pompeo. Erano gli uomini più facoltosi di Roma, desiderosi di preservare l’oligarchia senatoriale. Tra i congiurati, oltre agli storici avversari di Cesare, comparivano anche alcuni della sua vecchia guardia, passati dalla parte opposta per ambizione o insoddisfazione.
Tra questi, spiccavano le figure di Gaio Trebonio, che trattenne Antonio lontano dal luogo del delitto, Cimbro Tillio, che afferrò il dictator per la toga lanciando il segnale dell’esecuzione, e i fratelli Casca, i primi scagliarsi contro Cesare. A capo del manipolo di improvvisati assassini c’erano Cassio, Giunio Bruto e l’insospettabile Decimo Bruto. Peraltro, nessuno di loro sopravvisse a lungo dopo le Idi di marzo: alcuni si suicidarono e altri morirono di morte violenta per mano dei sostenitori di Cesare, riuniti nelle persone di Antonio, Lepido e Ottaviano.
I CAPI CONGIURATI
Marco Giunio Bruto (85-42 a.C.). La figura di Bruto fu centrale nella congiura, essendone stato sia mente sia esecutore. Fu lui ad affondare l’ultima pugnalata sul corpo esangue di Cesare, mentre questi esclamava stupito: “tu quoque fili mi”. Secondo una certa tradizione, Bruto sarebbe stato d’altronde non solo un pupillo del celebre dictator, ma addirittura suo figlio, anche se gli storici tendono oggi a rigettare tale ipotesi. Di certo, egli fu sempre fedele ai valori repubblicani, vantandosi tra l’altro di discendere da quel Lucio Giunio Bruto che cinque secoli prima aveva rovesciato la monarchia e fondato la Repubblica.
Conservatore convinto, allo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo (49-45 a.C.), si schierò con quest’ultimo, ma dopo la disfatta pompeiana fu da Cesare perdonato. Non solo: questi gli concesse importanti incarichi politici, tra cui il governatorato della Gallia Cisalpina (46 a.C.) e la pretura urbana (44 a.C.).
Nonostante ciò, quando giunse il momento di eliminare l’usurpatore della Repubblica, Bruto non si tirò indietro. Poi, dopo le idi di marzo, tentò con la sua oratoria di conquistare il consenso popolare, ma fu messo in difficoltà dalle abilità retoriche di Marco Antonio, fino a dover fuggire da Roma. Recatosi in terra greca, si preparò allo scontro armato contro la fazione cesariana, e unitosi a Cassio – fuggito anch’egli in Oriente – affrontò nel 42 a.C. Antonio e Ottaviano nella piana di Filippi, in Macedonia. Qui, di fronte all’imminente sconfitta, decise infine di darsi la morte.
Gaio Cassio Longino (87/86-42 a.C.). Nato in seno a una delle maggiori famiglie patrizie di Roma, Cassio si distinse come pretore delle legioni di Crasso nel 53 a.C., partecipando alla battaglia di Carre (in Turchia) contro i Parti. Il conflitto ebbe esiti disastrosi per i romani, ma Cassio si rifece due anni più tardi, respingendo un’offensiva nemica alle porte di Antiochia. Dopodiché, nella guerra civile, si distinse tra le file dei repubblicani quale sostenitore di Pompeo. Al pari di Bruto, dopo la sconfitta della fazione pompeiana, beneficiò della clemenza di Cesare e fu riabilitato alla vita pubblica romana, ma ciò non gli impedì di ordire contro di lui, spiccando anzi come uno dei principali cospiratori.
All’indomani del cesaricidio, essendo stato nominato governatore della Siria, abbandonò Roma per l’Oriente e qui allestì un grande esercito reclutando legioni nelle provincie d’Asia. Nella battaglia di Filippi, nonostante le buone doti da generale, subì però una dura sconfitta, e temendo che anche Bruto fosse stato piegato dal nemico ordinò al proprio schiavo Pindarus di ucciderlo (secondo altre versioni, si tolse la vita da solo). Tradizione vuole che l’arma del delitto sia stata la stessa daga brandita nella congiura contro Cesare.
Decimo Giunio Bruto Albino (85-43 a.C.). Decimo Bruto era uno dei massimi esponenti della vecchia guardia di Cesare, accanto al quale partecipò sia alle guerre galliche sia alla guerra civile contro Pompeo. Nel 45 a.C. ricevette probabilmente dal dictator la carica di pretore, che gli avrebbe spianato la strada per il futuro governo della Gallia Cisalpina. Non bastasse, Cesare lo designò console per l’anno 42 a.C., scorgendo in lui ottime doti governative e arrivando addirittura a inserirlo nel proprio testamento (tra i secondi eredi, nel caso in cui l’erede principale, Ottaviano, non avesse accettatole volontà testamentarie).
Ciò fa supporre che la famosa frase “Tu quoque fili mi”, se mai davvero pronunciata, fosse rivolta a lui. Quel che è certo è che alla fine Decimo tradì Cesare, facendosi complice della congiura.
Secondo Plutarco, fu lui a trattenere Antonio fuori dalla Curia mentre si consumava il delitto. Per Svetonio, invece, tale incarico spettò a Trebonio, mentre Decimo Bruto fu colui che, la mattina delle Idi di marzo, andò a casa di Cesare pregandolo di recarsi al più presto in Senato.
Dopo l’assassinio fuggi al Nord, col pretesto di rivestire il ruolo di governatore della Gallia, ma Antonio lo fece dichiarare nemico pubblico e iniziò a dargli la caccia. Non trovando consensi e sentendosi in pericolo, Decimo Bruto riparò quindi in Oriente, come avevano fatto i suoi compari di coltello Bruto e Cassio, ma non giunse mai a destinazione. Fu infatti ucciso nel 43 a.C. da un fedelissimo di Antonio.
I CESARIANI
Marco Antonio (83-30 a.C.). Fu tra più fidati luogotenenti e sostenitori politici di Cesare, di cui era nipote di secondo grado per parte di madre. Abile nei combattimenti e sprezzante del pericolo, era amato dai suoi soldati ed esercitava su di loro un grande ascendente. Prima di entrare nelle grazie di Cesare, si fece le ossa in Oriente, in Siria, venendo poi scelto per partecipare alla lunga campagna di conquista della Gallia.
Dopo i trionfi militari, fu “ricompensato” con vari incarichi tra cui quello di àugure, colui che eseguiva i riti della divinazione osservando il moto degli uccelli. Cosa non da poco, considerando che, facendosi portavoce della volontà divina, questi influenzava l’attività politica e militare della città.
Nel 50 a.C. fu eletto anche tribuno della plebe, veste in cui si scontrò duramente con il Senato, intenzionato a dichiarare Cesare nemico della patria. Espulso dalla Curia, Antonio tornò quindi sui campi di battaglia accanto al suo mentore, contribuendo nel 48 a.C. alla vittoria di Farsalo.
Nel 44 a.C. divenne quindi console insieme a Cesare, e forte di tale curriculum iniziò a convincersi che un giorno ne avrebbe raccolto l’eredità, diventando l’uomo più potente di Roma.
All’indomani delle idi di marzo si presentò sulla scena pubblica puntando abilmente il dito contro i cesaricidi. Il suo rapporto con i congiurati fu peraltro ambiguo. Cicerone, nella sua Seconda Filippica, pronunciò infatti pesanti parole di accusa nei suoi confronti, facendo intendere che egli fosse a conoscenza della cospirazione. È però vero che il grande oratore non nutriva particolari simpatie per il generale, che considerava un uomo rozzo e indegno. Cicerone pagherà poi tale ostilità con la morte.
Quanto ad Antonio, le sue ambizioni rimasero tali, dacché l’eredità di Cesare passò a Ottaviano, da cui sarà sconfitto definitivamente nel 31 a.C. ad Azio. L’anno seguente Antonio si tolse la vita, e dopo la morte subì l’ennesimo smacco: la damnatio memoriae, provvedimento che relegava nell’oblio chi ne era colpito, cancellandone ogni traccia.
Marco Emilio Lepido (90-13 a.C.). La reputazione di Lepido, triumviro assieme ad Antonio e Ottaviano, è stata a lungo oscurata dalla maggiore popolarità dei due colleghi. Eppure tale personaggio giocò un ruolo fondamentale nella storia della tarda Repubblica. Esponente di un’antica famiglia dell’aristocrazia consolare, la gens Aemilia, ricoprì importanti cariche civili, militari e religiose, toccandole più alte vette della vita pubblica romana.
Nelle vesti di pretore, nel 49 a.C., sostenne con successo la dittatura di Cesare, intraprendendo poi una carriera tanto brillante quanto veloce. Tra il 48 e il 44 a.C. fu infatti nominato governatore della Spagna, console, governatore della Gallia Narbonense e pontefice massimo. A tali cariche, si sommò dal 46. a.C. quella più autorevole di tutte: magister equitum, titolo che comportava un enorme potere militare.
Dopo la morte di Cesare, Lepido fu oggetto delle attenzioni dei repubblicani, intenzionati a portarlo dalla loro parte, ma nel 43 a.C. scelse di allearsi con Antonio e gettò le basi diplomatiche per la formazione del “Secondo Triumvirato”. Lepido non partecipò peraltro alla battaglia di Filippi contro i cesaricidi, ma contribuì in maniera decisiva concedendo molti dei suoi uomini. Nonostante ciò, fu presto messo da parte dagli altri due triumviri, che gli sottrassero tra l’altro il controllo della Gallia, concedendogli solo l’Africa. Definitivamente espulso dal Triumvirato nel 36 a.C., dopo aver tentato di reclamare per sé la Sicilia, proseguì la sua vita in esilio al Circeo, dove morì di morte naturale a 77 anni.
Tutti i diritti sono riservati. È vietato copiare, riprodurre o distribuire senza l’autorizzazione dell’autore
Comments are closed