di Federica Campanelli

Rivalità e invidie professionali alimentano talvolta desideri di vendetta impossibili da placare, ma non tutti scelgono di sguainare il ferro per farsi giustizia. Alcuni, nel corso del tempo, hanno infatti riscattato i torti subiti ricorrendo a un’arma ben più raffinata, ma non per questo meno potente: l’Arte. Ecco alcune delle storie di vendetta più avvincenti e dolorose consumate a colpi di pennello da illustri artisti…
La vendetta Michelangelo. Nel 1536, l’ormai ultrasessantenne Michelangelo Buonarroti venne chiamato in Vaticano da papa Paolo III per dipingere il Giudizio Universale nella Cappella Sistina. Erano trascorsi ventiquattro anni dal completamento del ciclo d’affreschi della volta, e da allora la fama e il prestigio di Michelangelo avevano raggiunto vette elevatissime. Ciò non fu però sufficiente a “frenare” la pioggia di critiche che ben presto si sarebbe riversata sul Giudizio, a causa delle sue molte nudità. Il primo a denunciare tali “vergogne” fu il maestro di cerimonie di Paolo III, Biagio da Cesena, il quale non aspettò neanche che Michelangelo terminasse il suo lavoro per lamentarsene (l’affresco sarà completato nel 1541). Secondo quanto scritto da Giorgio Vasari nelle Vite (1568), il Cesena disse che quella “non era opera da cappella di Papa, ma da stufe e d’osterie”, dove “stufe” significava latrine! Parole durissime, di cui l’artista toscano seppe vendicarsi con grande maestria: in uno spazio ancora libero del gruppo dei dannati, Michelangelo inserì il ritratto del suo denigratore nei panni di Minosse, il giudice degli Inferi, rappresentandolo con due lunghe orecchie d’asino, simbolo di stupidità, e con il corpo nudo avviluppato dalle spire di un serpente che gli morde i testicoli. Touché!
La sottile ironia di Raffaello. La Roma del Rinascimento è stata la più grande “officina artistica” d’Europa: i pontefici dell’epoca volevano rilanciare la capitale della Cristianità attraverso un fitto programma di ricostruzione, e per farlo ingaggiarono i migliori artisti in circolazione. Fu così che, chiamati da papa Giulio II, Michelangelo e Raffaello Sanzio si ritrovarono a lavorare fianco a fianco a Palazzo Apostolico, l’uno nella Cappella Sistina, l’altro nelle Stanze Vaticane. La contemporanea presenza dei due geni del Rinascimento diede luogo a un’accesa rivalità, alimentata anche da caratteri profondamente diversi: Raffaello era un viveur, amava la compagnia e si faceva ben volere da tutti, mentre Michelangelo era noto per l’indole solitaria. Si narra che una volta, vedendolo con uno stuolo di ammiratori-allievi al seguito, Michelangelo apostrofò il Sanzio dicendogli: “Sembri un capitano col suo corteo”. Quello allora gli rispose: “Tu invece sei sempre solo come il boia”. In ogni caso, Raffaello riconosceva l’eccezionale talento del suo avversario, tanto da ritrarlo nei panni di Eraclito nella Scuola di Atene (1509-1511). Ma dietro a tale prestigioso omaggio potrebbe celarsi un pizzico di ironia: Eraclito-Michelangelo è infatti l’unico personaggio a indossare gli stivali, e pare che Raffaello volesse così mettere in risalto lo scarso senso dell’igiene del collega, il quale amava indossare tali pesanti calzature giorno e notte.
Guido Reni e il cardinale diabolico. Nella chiesa di Santa Maria della Concezione, a Roma, è conservato un dipinto a olio su seta del 1636 circa, che scatenò una bizzarra polemica: si tratta del San Michele Arcangelo di Guido Reni, commissionato dal cardinale Antonio Marcello Barberini. Nel realizzare l’opera, il Reni ha rispettato in pieno l’iconografia cattolica, senza tralasciare alcun dettaglio: vediamo infatti Michele, il Principe delle milizie celesti, tenere sotto scacco Satana, a cui schiaccia la testa con il piede. Cosa c’è che non va? Secondo una tradizione riportata dallo storico Cesare Malvasia, a Roma girava voce che il pittore avesse dipinto il demonio con le fattezze dell’allora cardinale Giovanni Battista Pamphilj (futuro papa Innocenzo X), poiché questi, tempo addietro, aveva avuto da ridire sul lavoro dell’artista, a suo avviso troppo lento e inconcludente. Dal canto suo, il Reni negò quanto si diceva intorno a tale subdola vendetta, affermando che si era limitato a riprodurre il volto del diavolo così come gli era apparso in sogno.
Quel diavolo di Caravaggio. Una coppia di artisti che fece davvero scintille, tanto era calda la loro rivalità professionale, fu quella formata da Caravaggio e Giovanni Baglione, entrambi attivi a Roma nella prima metà del Seicento. Esemplare, a tal proposito, un episodio del 1603, allorché Caravaggio realizzò per il marchese Vincenzo Giustiniani il dipinto Amor vincit omnia, una delle sue tele di maggiore successo. Nel goffo tentativo di fargli concorrenza, Baglione – che più volte si era cimentato nell’imitazione dello stile caravaggesco – dipinse un quadro dal soggetto simile, Amor sacro e profano, ma ovviamente il confronto non resse e l’opera venne travolta dalle critiche. Stizzito, Baglione decise allora di dipingerne una seconda versione, e nel farlo mise in atto la sua personale rivincita: a detta dello storico dell’arte Herwarth Röttgen, nel satiro-demonio che guarda lo spettatore con occhi ferini, è infatti riconoscibile il volto di Caravaggio. I due giunsero definitivamente ai ferri corti nell’agosto del 1603, quando Baglione querelò Caravaggio, insieme ai pittori Orazio Gentileschi, Onorio Longhi e Ottavio Leoni, per alcuni versi ingiuriosi nei quali veniva definito, tra le altre cose, “bagascia” e vituperio della pittura”. Il processo si concluse con la condanna dei querelati.
Artemisia, l’oltraggio e la vendetta. Artemisia Gentileschi è diventata, suo malgrado, l’emblema della vendetta femminile. Figlia di Orazio Gentileschi, iniziò a lavorare giovanissima nella bottega paterna e qui conobbe il pittore Agostino Tassi, l’uomo che nel 1611 abusò di lei “carnalmente, più et più volte”, come scrisse il padre della pittrice nella denuncia indirizzata al pontefice Paolo V. Dal processo che seguì, il Tassi ne uscì quasi indenne (non scontò mai la sua pena), mentre Artemisia dovette subire pesanti umiliazioni. Secondo i precetti inquisitori, non proprio delicati, la ragazza venne infatti sottoposta a visite ginecologiche per provarne la verginità precedente allo stupro. Oltre a ciò, dovette testimoniare sotto tortura attraverso il supplizio dei “sibilli”, pratica che consisteva nel legare le dita con delle funi fino a farle sanguinare. Dopo il processo, conclusosi nel novembre 1612, Artemisia realizzò il suo capolavoro Giuditta che decapita Oloferne (di cui proporrà una seconda versione nel 1620), ispirato all’episodio del Vecchio Testamento in cui una donna ebrea salva il “popolo eletto” dalla morsa dell’esercito assiro, uccidendone il comandante. A oggi, tuttavia, molti studiosi credono che il contenuto del dipinto vada ben oltre il racconto biblico, e che attraverso di esso Artemisia abbia dato sfogo al proprio desiderio di vendetta decapitando virtualmente il suo stupratore.
Vere rivalità e falsi miti. Quando si parla di rivalità nel mondo dell’arte, riaffiorano alla mente i nomi di Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, protagonisti assoluti del Barocco romano. I due artisti, impegnati ad accaparrarsi le commesse più prestigiose del tempo, diedero vita a un’aspra competizione intorno a cui si è molto favoleggiato. Celebre l’aneddoto legato alla Fontana dei quattro Fiumi, opera del Bernini che si erge su piazza Navona di fronte alla chiesa di Sant’Agnese in Agone, tra i cui progettisti spicca proprio il Borromini. Secondo una malalingua (tuttora echeggiante), alcune delle sculture della fontana sarebbero state diabolicamente progettate dal Bernini per vendicarsi del collega, reo di avergli “soffiato” il posto d’onore in Vaticano come architetto della corte papale. Le statue incriminate sono quelle dell’allegoria del Nilo, che nasconde la testa sotto un velo – si raccontava – per non vedere la chiesa del Borromini, e del Rio della Plata, che tiene la mano sollevata come se volesse proteggersi dal crollo imminente dell’edificio. Ma, come accennato, si tratta di una leggenda, poiché la fontana fu terminata nel 1651, mentre il Borromini subentrò alla direzione dei lavori della chiesa un anno dopo, nel 1652. Inoltre, il capo velato del Nilo è da riferirsi al fatto che all’epoca le sorgenti del fiume egiziano erano sconosciute.
Articolo pubblicato su Focus Storia 168 / ottobre 2020
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