Due ipotesi a confronto: origine etrusca e campana
di Federica Campanelli

L’aver ripercorso le cronache dei riti funebri nelle opere di Omero e di Virgilio permette di constatare la presenza, nel mondo greco, di una forte impronta religiosa nei combattimenti spettacolarizzati, elemento comune ai primordiali munera latini.
L’originaria connotazione funeraria dei giochi gladiatori è quindi fuor di dubbio, tuttavia ancora non sappiamo con esattezza quale civiltà li abbia introdotti nella società romana, dove i combattenti liberi e di nobile stirpe sono stati rimpiazzati con individui di minor valore, servi e mercenari, forse per risparmiare le vite più preziose. Sulla base di alcune fonti antiche si è a lungo creduto che Roma abbia adottato questo tipo di intrattenimento dalla vicina Etruria, dove spettacoli e competizioni atletiche facevano parte del rituale funerario aristocratico, peculiarità ampiamente testimoniata dai numerosi soggetti artistici a tema sportivo e teatrale presenti sulle pareti delle camere sepolcrali e sui manufatti votivi.
Mancano però testimonianze figurative che consentano di riconoscere, in maniera incontrovertibile, un collegamento diretto tra i giochi gladiatori romani e il mondo etrusco. Le decorazioni della Tomba delle bighe di Tarquinia (490 a.C. circa) offrono, per esempio, un ricco campionario di ludi funebri che hanno come protagonisti lottatori, discoboli, danzatori armati, pugili e aurighi in corsa, da cui il nome assunto dal monumento. Vi sono anche delle tribune di legno con un vivace pubblico che assiste alle gare, dimostrando come queste si svolgessero in spazi accessibili a tutti e attrezzati in maniera opportuna, magari in prossimità della stessa sepoltura.
Non vi sono però episodi di combattimenti cruenti che possano ricordare un vero e proprio incontro tra gladiatori, anche se, forse, esiste un’immagine dell’arte etrusca che fa eccezione, in quanto evoca immediatamente il sangue versato nelle arene: si tratta del gioco di Phersu, che troviamo raffigurato nella Tomba degli Àuguri e in quella delle Olimpiadi (fine VI secolo a.C.), entrambe a Tarquinia. Il soggetto rappresenta un ambiguo personaggio mascherato, presumibilmente un attore, che aizza un grosso cane nero contro un uomo seminudo e incappucciato, il quale a sua volta tenta di difendersi brandendo una clava.
L’attore-aguzzino, il cui aspetto è reso ancor più grottesco dal colore rosso sangue del volto, la barba a punta e un vistoso cappello conico, è stato identificato da alcune iscrizioni come Phersu, parola etrusca da cui si fa derivare il latino persona, che tra i romani indicava la maschera teatrale e per estensione il personaggio da essa caratterizzato. Il fatto che questa scena appaia in ambienti sepolcrali, inserita tra i classici agoni funebri, ha fatto pensare al gioco di Phersu come a una pratica legata alla celebrazione del defunto, a un rituale espiatorio o propiziatorio in cui la disperata lotta per la vita dell’uomo incappucciato fa da contraltare alla morte.
Trattandosi però di uno scontro tra un animale e un uomo, dove quest’ultimo è oltretutto ostacolato da un sacco che non gli permette di vedere, il soggetto si avvicina molto più a una damnatio ad bestias, cioè all’esecuzione mediante l’esposizione alle belve nelle arene, piuttosto che ai giochi gladiatori. In altre scene, Phersu viene talvolta raffigurato in contesti incruenti, intento a correre o a danzare, rendendo tale figura ancora più enigmatica.
In conclusione, allo stato attuale delle testimonianze archeologiche, la derivazione etrusca non appare del tutto convincente e gli studiosi tendono a preferire un’altra ipotesi, cioè quella che vorrebbe la gladiatura originaria dell’ambiente campano.
Si ritiene infatti che in alcune tombe di Paestum databili alla metà del IV secolo a.C. siano presenti le più antiche raffigurazioni di un combattimento gladiatorio, o per meglio dire, del suo diretto precursore. Il tema figurativo è sempre quello degli spettacoli funerari allestiti in onore del defunto, in cui oltre alle corse con i carri e agli incontri di pugilato assistiamo anche a duelli tra uomini armati di lancia, elmo e un grande scudo rotondo, e non v’è dubbio che il loro aspetto ricordi moltissimo i combattenti dei futuri munera romani.
Inoltre, il fatto che essi riportino delle gravi ferite su braccia, gambe e torso attesta il carattere cruento delle esibizioni. In altre parole, non siamo di fronte a danze rituali o a esercizi atletici, ma a dei veri duelli dall’esito presumibilmente mortale. Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che tali immagini rappresentino delle generiche scene di battaglia corpo a corpo: questa lettura non può reggere perché alcune lastre tombali mostrano i duellanti insieme a un terzo personaggio che li sorveglia, forse un arbitro di gara o un guardiano, svelando l’esistenza di una sorta di “regolamento sportivo”.
Non sappiamo purtroppo quale fosse la condizione di questi uomini: erano guerrieri, prigionieri di guerra o schiavi addestrati alla lotta e destinati a perire in macabri rituali? A fornire un ulteriore indizio sull’origine campana della gladiatura è lo storico romano Tito Livio, autore della monumentale opera annalistica Ab urbe condita, la più ricca e vasta narrazione delle vicende di Roma dalla sua fondazione al I secolo a.C.
Livio racconta che nel 308 a.C., verso la fine della seconda guerra sannitica, il dittatore romano vincitore nella battaglia di Longula, Lucio Papirio Cursore, organizzò il suo trionfo per le strade di Roma facendo sfilare le armi catturate ai nemici sanniti come bottino di guerra. In proposito c’è da dire che delle numerose popolazioni italiche che abitarono la nostra Penisola prima della sua totale “romanizzazione”, la più bellicosa di tutte fu senza dubbio quella dei sanniti, i quali, non a caso, vantavano un sofisticato equipaggiamento militare:
«[…] i sanniti, oltre alle altre apparecchiature belliche, fecero sì che le loro schiere spiccassero per il fulgore di nuove armi. Due erano gli eserciti: gli scudi del primo li cesellarono in oro, quelli del secondo in argento; la forma dello scudo era la seguente: più larga la parte superiore, da cui son protetti il petto e le spalle, e orizzontale in cima; più appuntito in basso, per lasciare libertà ai movimenti. A protezione del petto avevano una corazza a maglia, e la gamba sinistra era riparata da uno schiniere. Elmi col pennacchio, per mettere maggiormente in evidenza la statura gigantesca. Tuniche variopinte ai soldati con lo scudo dorato, a quelli con lo scudo argentato di candido lino […] Ai romani era già noto quel singolare apparato di armi, e dai comandanti essi avevano imparato che il soldato deve essere privo di fronzoli, non incrostato d’oro e d’argento, ma fiducioso nel ferro della sua spada e nel suo coraggio».
Per quanto i romani sostenessero la figura del legionario “duro e puro”, senza accessori e abbellimenti di sorta, le variopinte armi strappate ai nemici sanniti (in particolare i preziosi scudi in oro), dovettero sembrare talmente straordinarie da volerle addirittura consegnare ai banchieri affinché fungessero da addobbo per il Foro. Non tutto il bottino però finì a Roma.
Livio prosegue il racconto dicendo che una parte del trofeo sannita venne utilizzato dagli abitanti di Capua per armare dei guerrieri chiamati a esibirsi in duelli durante i banchetti (inter epulas), dando loro il nome di samnites.
Apprendiamo così che i giochi gladiatori si tenevano nella Campania Felix sin dal IV secolo a.C., in anticipo su Roma di almeno un cinquantennio, e che già all’epoca i munera avevano subito tra i campani un processo di laicizzazione. Dalle parole di Livio scopriamo anche che il titolo assegnato ai primi combattenti traeva origine dall’armamento tipico di un popolo nemico e sottomesso, in questo caso i sanniti, e che aveva un’accezione negativa, con intento ingiurioso. Tutto ciò non significa che fu sicuramente la Campania a fare da ponte con l’Urbe per l’introduzione dei munera e forse il ruolo degli etruschi non può essere totalmente “bypassato”, specie se consideriamo la loro indiscutibile influenza sulla genesi della civiltà romana. È quindi ipotizzabile che gli etruschi abbiano appreso l’arte della gladiatura dai popoli del Sud Italia alla fine del IV o all’inizio del III secolo a.C. e che poi l’abbiano trasmessa a Roma.
Estratto da La grande storia dei gladiatori, di Federica Campanelli (Newton Compton Editori)
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