di Federica Campanelli

“Uscire a cena di notte senza far prima un buon testamento è da incoscienti davvero… tante sono le morti in agguato!”. È con queste parole che, in epoca antica, il poeta Giovenale (I-II secolo d.C.) metteva in guardia i propri concittadini da una Roma gremita di malviventi e criminali. E l’Urbe del Rinascimento non sarebbe stata molto diversa. Il lungo abbandono dovuto alla cattività avignonese e al Grande Scisma d’Occidente aveva infatti lasciato profonde ferite: le cronache dell’epoca descrivono una città pericolosa e degradata, in cui i maggiori edifici monumentali erano in rovina. Quando i papi tornarono definitivamente a Roma, intensificarono quindi gli sforzi per ridisegnare il volto dell’Urbe caput mundi, tentando anche di ripristinare la sicurezza pubblica. Tuttavia, mentre le cupole delle basiliche prendevano forma e i palazzi nobiliari si levavano maestosi verso il cielo, nei sudici e tortuosi vicoli della città continuavano a regnare paura e insicurezza.
Miseria e nobiltà. Al principio del XIV secolo i papi si trasferirono in pianta stabile ad Avignone, dando inizio a quel periodo noto appunto come “cattività avignonese” (1309-1377). Perdendo la propria centralità simbolica e politica, Roma fu travolta dai disordini e dai conflitti sanguinosi promossi dalle spregiudicate famiglie baronali, come i Colonna, gli Orsini, gli Annibaldi e i Savelli, che ambivano al controllo della città e delle sue risorse. I grandi monumenti dell’antichità vennero trasformati in roccaforti private (i Colonna, per esempio, occuparono il mausoleo di Augusto; gli Orsini Castel sant’Angelo), le strade si riempirono di fuorilegge e briganti e interi quartieri caddero nelle mani di bande. “Tutta Roma stava armata”, scriveva l’Anonimo romano nella sua Cronica del 1357.
La situazione non migliorò al termine del soggiorno avignonese, poiché la Chiesa dovette attraversare altri quarant’anni di crisi politica, in cui papi e antipapi si scontrarono per il comando del soglio pontificio (il cosiddetto “Scisma d’Occidente”, 1378-1417). Roma permase così in un prolungato stato di anarchia e degrado, ben descritto dalle parole dell’umanista Bartolomeo Platina, autore della Vita de’ Papi (1479), il quale racconta che la città era “così rovinata che non aveva più l’aspetto di una città, ma di un deserto […]. Si vedevano le cose andare in rovina, già rovinate le chiese, abbandonate le contrade, le strade fangose, e una penuria estrema di tutte le cose. In effetto, non si vedeva effetto alcuno di civiltà”.
Luci e ombre. Con il ripristino definitivo della sede pontificia (avvenuto ufficialmente con Martino V nel 1420), ebbe inizio la ripresa della città. Sul piano economico si assistette alla repentina ascesa del settore alberghiero, che ben presto divenne una delle attività più redditizie. Imprenditrice di spicco in tale ambito fu Vannozza Cattanei, amante prediletta del cardinale Rodrigo Borgia (futuro papa Alessandro VI), che a partire dal 1483 amministrò una catena di alberghi distribuiti tra la vivace Campo de’ Fiori e via di Tor di Nona, nei pressi dell’omonimo carcere (vedi box).
Di queste attività oggi rimane traccia della famosa “locanda della Vacca” in vicolo del Gallo, riconoscibile dallo stemma familiare dei Cattanei affisso sull’arco d’ingresso. Dietro la dorata facciata dell’industria alberghiera si celava, però, una realtà più cupa. «Furti, risse, e persino omicidi non erano eventi rari all’interno delle locande», racconta lo storico Daniele Lombardi, autore del saggio Osti, ostesse, tavernieri e albergatori: luci ed ombre dell’attività ricettiva nella Roma del Quattrocento (Viella). «Anche la presenza di prostitute nelle locande era un fenomeno diffuso, e gli osti dovevano destreggiarsi tra le richieste della clientela e le restrizioni imposte dalle autorità ecclesiastiche».
Città a luci rosse. Arginare il problema della prostituzione divenne, per i pontefici, una vera sfida. Dato che era impossibile pensare di debellare del tutto le cortigiane da Roma, a partire dalla seconda metà del XVI secolo si susseguirono diverse ordinanze pontificie con lo scopo di renderle “meno visibili”. Nel 1566, per esempio, Pio V provò a confinarle a Trastevere, affinché “questa città non sia un ritratto di Babilonia”. Ma dopo le lamentele dei trasteverini, il papa dovette trasferire il quartiere a luci rosse in contrada dell’Ortaccio (a Campo Marzio), intimando alle prostitute di non uscire mai da tale area, pena la frusta. Va peraltro detto che tali provvedimenti non sortirono mai un effetto pieno, e che alcune cortigiane continuarono ad abitare e a praticare la professione fuori dal quartiere loro assegnato. Tra i locali più frequentati, oltre alle bettole e alle locande, c’erano le “stufe”, un tipo particolare di bagno termale diffusosi a Roma nel XV secolo.
Originariamente concepita per il benessere fisico, nel corso del Rinascimento la stufa si trasformò in una sorta di centro sociale polifunzionale in cui gli avventori potevano prendersi cura del corpo, avere incontri clandestini, giocare d’azzardo e, appunto, intrattenersi con le meretrici. Uno di questi locali si trovava in vicolo Doria (tra via del Corso e piazza Venezia), dove tutt’oggi è possibile scorgere le flebili tracce di una vecchia targa dipinta che recita “vicolo della stufa”. A Roma, le stufe erano molto popolari anche tra gli artisti: si racconta che Michelangelo ne frequentasse una situata in piazza Scossacavalli (scomparsa nel 1936, con la realizzazione di via della Conciliazione), onde perfezionare la sua conoscenza del nudo.
Pericolosa. Malgrado gli sforzi dei pontefici per ripulire la città, Roma rimaneva viziosa e turbolenta. «I viaggiatori ne erano spaventati e tracciavano della città, dei suoi disordini, dei pericoli che vi si correvano, quadri a fosche tinte», spiega lo storico Jacques Heers nel volume La vita quotidiana nella Roma pontificia ai tempi dei Borgia e dei Medici (Rizzoli). «Troppi stranieri senza fede né legge circolano per le strade: troppe locande e case, che sono luoghi di vizio, attirano gli uomini dissoluti […]. I pellegrini sono spogliati in pieno giorno nelle pubbliche piazze, di fronte alle chiese». Vagare tra i vicoli dell’Urbe, specie al calar del sole, poteva in effetti rivelarsi un’esperienza mortale: per difendersi dai pericoli, nobili e signorotti si facevano scortare dai “bravi”, uomini d’arme che svolgevano funzione di guardie del corpo, ma la gente comune doveva cavarsela da sola, e chi poteva girava armato di pugnali e spade, nonostante le restrizioni sul porto d’armi (prerogativa dei membri più prestigiosi della società).
Tevere rosso sangue. Un testimone d’eccezione della violenza che imperversava a Roma era il Tevere. Fin dalle origini della Città Eterna, esisteva infatti la macabra consuetudine di gettare nel fiume i cadaveri di cui ci si voleva sbarazzare, che fossero di alto rango o d’infima condizione sociale. Per comprendere l’entità del fenomeno, basti ricordare la triste vicenda legata al ventunenne Giovanni Borgia, secondogenito di papa Alessandro VI e Vannozza Cattanei, misteriosamente scomparso la sera del 14 giugno del 1497. Secondo il diarista tedesco e maestro di cerimonie Johannes Burckardt (1450-1505), il giorno successivo alla scomparsa del giovane, un commerciante di legname avrebbe dichiarato agli investigatori di aver notato, quella notte, alcuni uomini dall’aria guardinga scaricare un cadavere nel Tevere (si scoprirà essere proprio quello di Giovanni). E alla domanda sul perché non avesse denunciato l’accaduto al governatore di Roma, l’uomo rispose: “Oh bella! Oramai ne ho veduti cento di questi spettacoli, e nessuno se ne è mai preso cura!”. Insomma, “seppellire” i morti nel Tevere era talmente usuale da non suscitare più alcuno scalpore, in una città ormai assuefatta, suo malgrado, all’insicurezza e alla violenza.
La giustizia: esecuzioni pubbliche e supplizi
Percorrendo le insidiose strade di Roma, era facile imbattersi nelle condanne capitali, specialmente se si passava da Campo de’ Fiori o da piazza di Ponte, antistante a Castel Sant’Angelo. Le esecuzioni si svolgevano sempre in luoghi molti frequentati, affinché il sistema giudiziario potesse ostentare la propria efficienza e fornire un potente deterrente alla cittadinanza. Emblematico l’episodio datato all’anno giubilare 1500, quando 18 “assassini di strada” furono impiccati alla testa del ponte Sant’Angelo, con i pellegrini costretti a sfilare tra i cadaveri penzolanti. Se a macchiarsi di un reato era invece un nobile, si eseguiva la decapitazione, mentre per eliminare gli eretici si ricorreva al rogo. Le pene potevano essere anche combinate: nel 1567, l’umanista Pietro Carnesecchi, accusato di eresia, fu prima decapitato e poi arso in piazza di Ponte.
Le carceri del terrore. Ai tempi dell’Inquisizione romana, il processo interrogatorio era spesso accompagnato dalla tortura all’interno delle carceri. La violenza non era peraltro una prerogativa della Chiesa: anche i tribunali laici, che come quelli ecclesiastici adottavano un sistema giudiziario “per inquisizione” (cioè per “inchiesta”), ricorrevano volentieri ai supplizi. Le prigioni in cui si infliggevano le peggiori torture erano quelle di Tor di Nona, situate sulla riva sinistra del Tevere (oggi scomparse), nelle cui anguste segrete, i detenuti potevano sperimentare il terribile supplizio della “sveglia”, che li vedeva costretti a sedersi su uno sgabello appuntito, così da non poter prendere sonno. Un’altra tortura molto comune era la “corda”, così detta perché si legavano i polsi della vittima dietro la schiena e, tramite una carrucola, se ne issava il corpo fin quasi al soffitto.
Articolo pubblicato su Focus Storia 220 / febbraio 2025
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